Orune
E’ per me una forma, un nome che unisce una realtà molteplice, di animali e di pietre, nell’immobile ondulare delle greggi, del tempo.
Per andarci, oggi, e riportare al presente la sua realtà fantastica, prendo la strada nuova che non è ancora finita e che esce da Nuoro dopo la chiesetta di Grazia Deledda, sotto il monte Ortobene, fantastico di dirupi e di rocce, di declivi e di boschi mediterranei, dove si mescolano le essenze e i verdi dei pini, dei fichi d’india, degli ulivi. Salgo fino alla curva, in fondo alla valle, che dal ponte nuovo porta su monti dalla forma bizzarra, come se la terra si esprimesse in un’altra lingua, con misteriosi ideogrammi di pietra.
Sui declivi rocciosi, sui pascoli lontani appaiono boschi atti ai pastori. Su una cresta sopra si leva un nuraghe, gigantesca roccia accanto ad una strada, come un grande cilindro, o pilastro, o collo, o gambo in pietra su cui sovrasta una pietra a forma di ombrello, o di testa con becco sporgente: è la roccia Nunnalle, che forse era l’oca sacra, animale totemico dei pastori guerrieri; o che forse è un uomo trasformato in grossa pietra perché bestemmiava, o colto da un temporale mentre portava un fardello di legna.
Si sale sempre più in alto, verso un monticciuolo conico dagli antichi strati archeologici, dietro cui, a poco a poco, appare Orune, case senza finestre, come un solido complesso di facciate e di spigoli entro cui si entra dall’alto, per una strada in discesa, come in un paese della Lucania.
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